Enoteca (con cucina) Degusto – Neive (CN)

degustoIn una sera d’estate nel borgo magico di Neive, il dehors del ristorante Degusto è zeppo di avventori. Senza aver prenotato, è dura. Rimane un tavolinetto all’interno, per spizzicare e bere due bicchieri di vino; ma la carta ci attira e andiamo oltre l’aperitivo. Entriamo con una prima sensazione non travolgente: sembra che il titolare, iperattivo e gioviale, non sia troppo interessato alla nostra presenza. Ma il posto piace e ci accomodiamo. Decidiamo di assaggiare il tris di antipasti (vitel tonnè, battuta di fassone e un’intrusione emilio-pugliese, il crudo di Parma con burrata) e i ravioli del plin al burro d’alpeggio. Il piattino di prosciutto che accompagna il primo bicchiere di vino, un promosso arneis Bricco delle ciliegie di Almondo, è un minuscolo stendibiancheria. Niente da dire sui piatti: la qualità delle materie prime è indiscutibile, buoni anche (e capita di rado) pane e grissini.

Gradiamo anche, al secondo giro, il bicchiere di barbaresco, che tuttavia rimane non identificato perché il (da noi presunto) titolare decide di consigliarcene “uno buono”. E ha ragione: ma non ci dà il tempo di occhieggiare l’etichetta che già è sparito, per andare a salutare qualche amico al bancone scambiando battute salaci. Un ritornello che si ripeterà lungo tutta la serata. Che sia lodata la camaraderie, insomma, tranne quando finisce per comprimere le attenzioni verso chi amico o conoscente non è.

Sul conto, il bicchiere di barbaresco verrà battuto a 6 euro (ci pare un po’ troppo), l’antipasto singolo 7, il tris 12, i ravioli 8.

Al Degusto si percepiscono passione e attenzioni per i piatti, per ciò che ci siamo concessi in questa prima visita. Tra i minus, la gestione dei tavoli un po’ caotica, il rumore di fondo da pizzeria affollata di adolescenti (ciò che tende a far preferire un aperitivo alla cena). E quelle le attese che possono rendersi fastidiose, con i cuochi che transitano dalla cucina alla sala per distribuire i piatti per rintuzzare le deficienze in sala, le ordinazioni ripetute e quel senso di confusione da festa in casa di amici, ma amici altrui.

Voto: 6,75 (media tra cucina e servizio)
Visitato nell’estate 2015

Enoteca Degusto
Via Cocito 7
12052 Neive (CN)
Tel. 0173 67380
www.enotecaconcucinadegusto.com

 

Lampredotto Pollini – Firenze

image-06-07-15-19-49Fritti non ha mai pagellato baracchini, paninari, porcari e tutto quanto oggi viene compreso nella definizione di cibo da strada (ché street food qui non lo si dice, in presenza di analoga locuzione italiana che non difetta manco di brevità, se l’accusa alla lingua italiana è di essere sbrodolona e perifrastica).

La famiglia Pollini inaugura, o chiude chi lo sa, il capitolo delle anomalie. Sergio (i’ babbo) e Pierpaolo (i’ figliolo, lo scrivono pure sullo scontrino) esercitano in via De’ Macci, in faccia al ristorante Cibrèo, a un passo da Sant’Ambrogio. In tripperia non ci sono tavoli, solo il banco. Se non ti va, cerchi un poco di ombra sul sagrato, in spregio al pudore spirituale. O vai a spasso per il mercato.

Menu di oggi: trippa alla fiorentina, guancia al pomodoro, insalata di trippa fredda. Il lampredotto non è nel menu ma state sereni: è implicito.

Il rito è elementare: o trippa, o lampredotto chiusi nel panino. Devi solo decidere come li vuoi: salsa rossa, pomodoro olioso e piccante, o salsa verde. Mentre i’ figliolo pesca dalla pentola il lampredotto e lo taglia a losanghe, ti invita a passare da i’ babbo per la trippa. Sono le undici del mattino. Pranzo sarà all’una. Non puoi rovinarti così l’appetito. Intanto ho già ordinato, uno e uno, grazie, mentre cerco di farmi sovvenire quella puntata di Superquark, o forse di Ulisse, insomma c’era un Angela. Si cercava di stabilire se l’homo sapiens fosse o meno discendente da ominidi vegetariani e, quindi, un essere sostanzialmente destinato a masticare piante, fattosi culturalmente onnivoro. Ci manca l’enzima, come è che si chiama, urato ossidasi? Sì, quello e grazie, mi raccomando, la trippa con il rosso piccante e lampredotto col verde. “Ci inzuppo pure il pane di sopra?”, chiede Pierpaolo, perché la semella tagliata in due puoi averla poco unta, abbastanza unta oppure volerti del bene e fargli annegare tutto, sopra e sotto. Mentre lo prepara sul tagliere, ti scopri sorridente, con lo sguardo ebete del bambino alle giostre. Come era quello slogan, io ti amo e io ti mangio, la potente campagna stampa dell’OIPA sulla contraddizione che noi occidentali si accarezzi il gattino e si mangi l’agnellino? Che è pure vero che siamo ipocriti marci ma gnam!, mio padre ha già azzannato il lampredotto e si avvia svelto, sembra farlo apposta, verso via dell’Agnolo. Come la si mette con la coscienza? Azzanno ribattendo a me stesso che se c’è la fame nel mondo e il negozio biovegetariano mi vende il pezzo meno caro a venti euro al chilo, beh, siamo nati per nutrirci di incoerenze. E soprattutto, perché babbo è sparito dalla vista mentre pago (niente bevande: il vino qui c’è al bicchiere, costa un euro, il bottiglione da cui attingono è un uvaggio di sangiovese e trebbiano etichettato “Poggio a’ venti” e vabbè, rimanga lì)?

Forse, un giorno, riusciremo a conquistare una nuova coscienza collettiva, le proteine della soia sfameranno il pianeta, gli enzimi ringrazieranno, i buoi pascoleranno liberi e i Pollini avranno cambiato mestiere. Per ora, amici veg-etic-illuminati, che quel lampredotto rimanga lì, a regalare gioia a tre euro e cinquanta. Che è meno del kebab di Abdul in corso Langhe, fatto con quegli spiedoni alti come Marco Belinelli, ripieni di chi sa che cosa, iniettati di maionese da un centesimo al chilo e che sì, potrebbero finire in un ramo secco dell’evoluzione gastronomica e non mancare a nessuno.

Voto: 8,5

Lampredotto Pollini
Via De’ Macci angolo borgo La Croce
Firenze
credo apra la mattina e chiuda la sera

Trattoria Il Guscio – Firenze

guscio

Una sera a Firenze, una passeggiata dalle parti del ponte vecchio, un ricordo che torna alla mente. Il Guscio, trattoria molto segnalata, una fama che rammentavo meritata. Sicché si torna al Guscio, dopo quattro anni. Memore del parcheggio che si trova a stento, del giro dell’oca che chi arriva da sud è costretto a fare per evitare la zona a traffico limitato (ma ne vale la pena, si sale fin sopra la città, benché ormai piazzale Michelangiolo sia più affollato del tram delle otto) prenoto un tavolo. Nel 2011 consumai una buona cena in una saletta in cui campeggiava la fotografia dell’incidente della gare di Montparnasse del 1985, era un sabato sera, faticammo a trovare spazio per due. Questa sera è martedì, sarà anche per questa ragione che trovo spazi più ariosi di quelli che mi pareva aver osservato. Ma no, i locali del Guscio sono stati rinnovati, proprio in quell’anno. Ora sono più luminosi, più ordinati, il posto suona più ristorante e meno trattoria. Quadri moderni e contemporanei, tavoli più eleganti, con tovaglie di lino.

Bando alle ciance: tagliere misto di salumi toscani, appagante. Spicca un’ottima finocchiona. Nient’altro, perché ai tempi mi ero fatto traviare da un antipasto di troppo e invece sono andato a parcheggiare a casa del diavolo per lei, la bistecca di manzo (al prezzo, pressoché univoco nei ristoranti di Firenze, di 45 euro al kg) con un contorno di patate arrosto al rosmarino. Sinceramente? Non ho un curriculum di fiorentine da professionista, e tendo al sciovinismo per il mio caro fassone piemontese. Ma la marezzatura della chianina è qualcosa di fuori dall’ordinario. Quella di stasera, poi, è di una tenerezza commovente. Pare di poter rinunciare al coltello. Sembra una scottona, non pare vero che la si possa tagliare a forchettate.

Bravi, i due ragazzi che riconosco nell’andirivieni tra cucina e sale. Ci sanno fare, hanno una carta dei vini opulenta e non cedono alla tentazione della qualità per turisti, cioè della fregatura.

Che altro? Sì, un bicchiere di cantucci (insieme a un altro biscotto, molto saporito, con mandorle e uvetta) col vinsanto, la discreta bottiglia di Bolgheri rosso del 2013 di Michele Satta, un assaggino di panna cotta con caramello e croccantini di mandorle.

Ma quella chianina.

Voto: 8,5/10

Trattoria Il Guscio
Via dell’orto 49/a
50100 Firenze
055 22.44.21
www.il-guscio.it

PS Se volete leggere menu e prezzi, ecco qui.

Osteria Murivecchi – Bra (CN)

murivecchiL’osteria Murivecchi sembra giocare a nascondino. Quasi non la vedi passandoci innanzi ma c’è: a lato dei binari della stazione dei treni di Bra, punto di snodo da cent’anni di tutta la Langa nel raggio di Alba che volesse tentare la traversata verso Torino (è il 2015, sono passate sei generazioni di sindaci a prometterla, la zona è pure diventata patrimonio Unesco ma no, la linea ferroviaria elettrificata, nella capitale del vino e del tartufo, ancora non si è fatta). L’osteria è figlia del complesso delle cantine Ascheri, che ha sposato produzione vinicola e ospitalità, con un ampio punto ristoro a due piani e un albergo a quattro stelle, convenzionato con il noto e sciccoso golf club di Cherasco. Continue reading

Il gusto di Virdis – Milano

imageQuali caratteristiche ricorrenti troviamo nel ristorante del calciatore italiano tentato dall’investimento nella ristorazione? Al locale, il calciatore è solito offrire nome, faccia, una maglietta, sciarpe, scatti di gol, foto autografate. E dosi massicce di assenza e insipienza. Pietro Paolo Virdis ha ribaltato le consuetudini: l’unica concessione al marchio Virdis è il nome dell’esercizio commerciale, in via Piero della Francesca. Continue reading

Rifugio Galabèrna – Ostana (CN)

galaberna

In faccia al re di pietra, il Monviso, il Po è un torrentello nascente che sbuca tra i sassi; sull’altro versante, le frazioni di Ostana disseminano la valle di case in pietra estranee al mercato degli stranieri invaghiti del countryside all’italiana. Paesino abbandonato e da qualche anno ripopolato dai nostalgici delle radici montane, tornati a ristrutturare le case dei nonni per farci le vacanze e la settimana bianca, a Ostana mancava un’osteria per riaccendere il fuoco sociale. Eccola qui: il rifugio salamandra, in occitano Galaberna (si plachino i pigri: è raggiungibile in automobile). Continue reading

Osteria da Oreste – Savona

oresteLunedì 8 dicembre, festa dell’Immacolata. A Savona c’è una temperatura primaverile; in strada, a spasso per la fortezza del Priamar e sul lungomare, quasi nessuno. Non dà sul mare, anzi, è nascosta in una viuzza buia l’Osteria da Oreste, la più antica in città: aperta nel 1890, non ha mai chiuso. La preferiamo ai localini decorati dall’agghiacciante dicitura “menu turistico”, baciati dal sole al porticciolo, confidando in un menu d’antan. Continue reading

Al Garghet – Milano

Ed ecco, quasi al cominciar dell’erta, una lonza leggiera e presta molto, che di pel maculato era coverta: e non mi si partìa d’innanzi al volto […]

48_natale_algarghetLa lonza dantesca, la lussuria, era la lince. Al Garghet, il ristorante vicino al Gratosoglio che fa della milanesità il suo stendardo, te lo dicono e scrivono: la cutulèta, loro, la fanno col maiale. Con la lonza di maiale, battuta fintantoché non pare un lenzuolo, anzi, un orecchio di elefante. Ora: si può dare una cotoletta alla milanese, a Milano, sottile e lenzuolosa, e tuttavia definirla tipica? La querelle è viva. Certo, Pietro Verri già novecento anni fa raccontava dei lombos cum panitio, la co(s)toletta di vitello non sottilissima, rigirata nel pane raffermo: è la cotoletta con l’ossicino, e deve essere di bovino. Continue reading

Dario e Anna (Arezzo)

darioannaIl limbo intorno alle mura dell’antica Arezzo, diciamolo francamente, è tutt’altro che invitante. Ma di peggio ci sono sette chilometri (in aumento) di coda a Firenze sud per un tamponamento, per chi da Roma vuole tornare al nord. Sicché, quando ti indicano un punto indefinito di via Vittorio Veneto e ti sei lasciato alle spalle la mostra di Piero della Francesca, entri da Dario e Anna. Col pensiero di aver sbagliato posto: dintorni anonimi, qualche faccia di gente a spasso di quelle un po’ così, negozietti scrausi. Mah. Continue reading

Dar Moschino – Roma

moschC’è un libello imperdibile per i cacciatori di bellezze occultate: edito da Palombi, che peraltro ha appena compiuto cent’anni e custodisce tanti segreti dell’Urbe, si intitola La Garbatella – Guida all’architettura moderna. Dopo aver fatto indigestione di conoscenza di un quartiere trascurato dalla fiumana turistica internazionale, o prima di lasciarsi guidare nei viottoli di una Roma che non c’è più (Garbatella fu pensata da Mussolini, per dar casa alla classe operaia) si può far tappa nel grazioso piazzale Brin e, se la giornata è di fastidiosa pioggerella come la nostra, imbucarsi per una pausa senza fretta Dar Moschino. Continue reading